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La Mafia degli anni '80
Il Centro Studi “Paolo
Giaccone” incontra il
Sostituto Procuratore presso
la Direzione Nazionale Antimafia, dott.Domenico Gozzo
La Mafia degli
anni ‘80
1. Cosa
succedeva negli ambienti mafiosi di Palermo negli anni ’80? Che clima si viveva?
Con
la mia esperienza in Procura Generale a Palermo ho potuto, tra le altre cose,
ricostruire quel periodo occupandomi degli eventi di quegli anni. Per esempio,
un omicidio di mafia commesso agli inizi degli anni ’80, quello del prof. Bosio,
ucciso in maniera barbara come, inutile dirlo, il prof. Giaccone, da Nino Madonia.
Quello che emergeva, come del resto è emerso per il caso del prof. Paolo Giaccone,
era il pieno controllo della città di Palermo che queste persone avevano. Noi
siamo abituati ad un’associazione mafiosa quasi tutta in carcere, perché dopo
la fine degli anni ’80 e la fine degli anni ’90, grazie al lavoro di polizia e
magistratura con l’aiuto di professionisti come il prof. Giaccone, si è
riusciti a portare in carcere tutti i capi mafia dell’epoca. Ma in quel periodo
(inizio anni ’80) erano tutti liberi. Ogni tanto rifletto che persone della
pericolosità di Nino Madonia, o dei Marchese (che poi c’entrano con l’omicidio
del prof.Giaccone), i Graviano, Greco, tutte queste persone non solo erano
persone a piede libero ma frequentavano anche la migliore società palermitana.
Quando si parla di “palude” palermitana si fa riferimento a questo: la crème de la crème, persone che erano ai
vertici della loro carriera professionale, che frequentavano ambienti dove era
possibile, se non scontato, incontrare membri di spicco di Cosa Nostra.
Il
prof. Giaccone era anch’egli un professionista all’apice della sua carriera,
con infiniti interessi e passioni, ma era certamente una persona ritirata che
non frequentava questi ambienti, dove era facilissimo incontrare persone di un
certo tipo. Il cd “principe di Villagrazia” era di casa in molti salotti palermitani.
Ecco,
questi salotti erano i luoghi in cui potevano avvenire dei cortocircuiti. Dei
cortocircuiti che magari potevano portare dei professionisti a chiamare altri
professionisti, come il prof. Giaccone o il prof. Bosio, e far chiedere loro di
fare o non fare delle cose a vantaggio di certe persone. Queste richieste, che,
per il grande senso civico di chi le ricevette vennero disattese ebbero, come
sappiamo, delle conseguenze.
Quando io, professionista, vengo
nominato con incarico fiduciario da un magistrato, come è avvenuto per il prof.
Giaccone, ed ho giurato in nome del Popolo italiano e mi viene chiesto di
andare contro quelle che sono le risultanze del mio stesso operato, mi viene
chiesto di mettere da parte la mia moralità.
Cosa che non è possibile quando si
ha una moralità alta.
Questo però, di contro, vuol dire
che forse qualche professionista aveva ceduto a delle richieste, perché
altrimenti non si spiega come altri professionisti arrivassero ad essere da
tramite per delle richieste che erano in netto conflitto con il dovere di un
consulente o di un professionista. Era quindi una società in cui i mafiosi
circolavano con una certa libertà ed anzi frequentavano quella parte di società
che era al massimo del proprio rango professionale, i circoli più esclusivi di
Palermo. E questi mafiosi avevano il potere di chiedere, in maniera diretta o
mediata, a questi professionisti qualsiasi cosa potesse far comodo
all’organizzazione criminale.
Perché erano abituati a sentirsi
dire di sì.
Paolo Giaccone disse di no.
E quindi è un esempio per tutti
quelli che sono venuti dopo di lui, è stato un esempio, ed ha pagato purtroppo,
forse, proprio perché è stato uno dei primi a fare una cosa del genere.
2.Qual
era il ruolo professionale del prof. Giaccone in quel periodo?
Il prof. Giaccone, per quello che
ho potuto verificare, era stato nominato perito in tutti i più importanti
processi di quel periodo. I più delicati. Gli furono
affidate le perizie e le autopsie su alcuni dei casi più delicati di quegli
anni, legati alle uccisioni del presidente della Regione siciliana Piersanti
Mattarella, dell’onorevole Michele Reina, del colonnello dei carabinieri
Giuseppe Russo, del capitano Emanuele Basile, del procuratore Gaetano Costa, del
giudice Cesare Terranova, del maresciallo Lenin Mancuso, del giornalista Mario
Francese.
Questo perché lui era
conosciuto per la sua grande professionalità, eccelso nella sua materia o
meglio dire nelle sue materie di competenza, oltre che per la sua dirittura
morale, che non era una questione secondaria. Certamente qualcuno avrebbe
potuto dire che questa presenza costante lo abbia “sovraesposto” e questo può
essere anche vero, ma lo ha sovraesposto – e torniamo al punto di cui sopra –
perché a quei tempi non c’era la ressa per fare i consulenti tecnici o i periti
del Tribunale. Chi faceva questo lavoro veniva, addirittura, quasi isolato
all’interno delle proprie categorie, e guardato con sfavore. Devo dire,
purtroppo, che questa cosa continua fino agli inizi degli anni ’90, e l’ho verificato
io stesso con i consulenti di mia nomina. Posso solo immaginare cosa volesse
dire subire tutto questo agli inizi degli anni ’80 quando il clima era ancora
peggiore. Ma, evidentemente, ed è giusto ripeterlo, Paolo Giaccone aveva una
dirittura morale che era tale da far sì che tutto questo “contorno” non gli
importasse, gli interessava soltanto di essere in pace con la propria
coscienza.
3.Sorge
spontanea una domanda forse ingenua: se una delle caratteristiche più
importanti per un consulente era anche possedere una caratura morale di un
certo tipo, un bagaglio etico oltre che professionale, com’era possibile
ottenere la collaborazione, che si ritrattassero perizie o comunque soggiacere
alle richieste di Cosa Nostra?
Le minacce sono il principale
ingrediente. Noi stiamo parlando di un periodo in cui la minaccia era la norma.
E si applicava per tutti, magistrati compresi. Un periodo in cui magistrati e
consulenti venivano uccisi. Si rischiava in prima persona. Non scordiamoci che
ancora agli inizi degli anni ’90 chi si rifiutava di pagare il pizzo veniva
ucciso e spesso non era neanche sostenuto dagli stessi negozianti che tramite i
loro rappresentanti lo isolavano pubblicamente, dicendo che si stava facendo
“una tammuriata”. Tutto questo ci fa capire quanto coraggio sia stato
necessario, per Paolo Giaccone, per affrontare tutto questo e portare avanti il
proprio lavoro agli inizi egli anni ’80.
4.Tutto
questo rende ancora più tragico ed orrido il clima di connivenza di quegli
anni, proprio perché i professionisti ben disposti ad assecondare certe
richieste avevano certamente ben presente il modus operandi dell’organizzazione
mafiosa, percepivano vivide le immagini dei corpi uccisi di chi, invece, non
sottostava allo stesso tipo di richieste. Forse è ancora più insopportabile
vederlo ora, dopo che tutto è avvenuto
Indubbiamente. Era un periodo in
cui le persone si voltavano dall’altra parte. Si perpetravano omicidi, come
anche quello di Paolo Giaccone, e nessuno aveva visto niente, nessuno sapeva.
E’ stato un periodo da cui è stato possibile uscire solo grazie al coraggio di
questi uomini. Noi, a questi uomini, dobbiamo la nostra libertà di oggi. Se
oggi a Palermo non c’è più l’ambiente asfissiante che c’era negli anni ’70 e ’80
lo dobbiamo solo a loro, noi “camminiamo sulle loro spalle”.
5.Quali
sono state le conseguenze - a livello sociale - dell’omicidio del prof.
Giaccone?
Ritengo che tutte queste morti, che
volevano produrre la morte della coscienza civile, che volevano produrre
disperazione civile ed affermare l’incapacità di andare oltre, non abbiano
disseminato croci la Sicilia – come si voleva. Da questi esempi sono nati fiori,
alberi che hanno dato frutto e siamo noi che ne stiamo beneficiando. Però è
stato un cammino difficile, è stato un cammino dove siamo passati dalla
convinzione che tanto “si ammazzavano intra ri iddi” (tra di loro, tra
mafiosi), il che magari poteva essere in parte vero prima dell’arrivo dei
Corleonesi. Ma dopo l’arrivo dei Corleonesi, gli omicidi “eccellenti” – vedi
l’omicidio Scaglione – furono tantissimi. E diventava sempre più difficile
giustificare con quella mentalità “vigliacca” gli omicidi, ma c’era ancora chi
giustificava questi atti quasi ribaltando la colpa sulle vittime, spesso
accusate di essere andate oltre, di non essere rimaste “tranquille”. Questo è
il concetto: l’esempio di questi uomini ha reso, a poco a poco, questi discorsi
obsoleti ed inaccettabili. Oggi ci può essere solo la vergogna per chi ha
pensato o pensa queste cose di una vittima di mafia. Magari ci sarà ancora
qualcuno che continua a pensarla così, ma certamente lo fa in modo “riparato” e
non plateale come si faceva in quegli anni. Prima addirittura si sosteneva che
la Mafia non esistesse… Ripeto, noi camminiamo sulle loro spalle e grazie a
loro possiamo fare quello che oggi facciamo, possiamo avere la libertà di oggi.
6.Una
riflessione finale: bellissima l’immagine di queste anime come fiori ed alberi
rigogliosi, ma oggi, nel 2020, se resta necessario tenere vivo e bene a mente
il ricordo dell’operato del prof. Giaccone e, come di lui, di altri, oggi è
ancora richiesto a professionisti di andare incontro alla propria morte pur di
portare avanti un messaggio? E’ ancora necessario un estremo sacrificio?
Purtroppo ho sentito dire spesso
che “la Mafia è finita”, non c’è più pericolo, che chi continua a parlarne è
perché ambisce agli onori della cronaca. Questo, purtroppo, non è vero. Lo
abbiamo visto qualche anno fa con l’operazione “Cupola 2.0”, Cosa Nostra si era
ricostituita e con persone di “primordine” nell’organizzazione, persone
pericolose. Se tutti noi ci fermassimo, se si smettesse di operare, la
situazione tornerebbe quella degli anni ’70 – ’80, subito! Lo ha detto il
Procuratore di Palermo, ed io sono d’accordo, basterebbero due anni. Quindi è
ancora necessario l’apporto di tutti noi per evitare che questo possa
succedere.
Guardia
alta ed antenne drizzate, quindi.
Certamente! Ed io non lo dico per
entrare nella polemica sui professionisti dell’antimafia. Io ritengo, come
Falcone e Borsellino, che la specializzazione ci vuole, I professionisti
dell’antimafia ci vogliono, ci vogliono soggetti che conoscano a fondo il fenomeno
mafioso per combatterlo.
Non facciamo di tutta l’erba un fascio, ci sono persone che hanno rischiato e
che hanno condotto la propria vita anche con grandi sacrifici personali, e mi
sembra ingeneroso associare tutti e metterli in un unico calderone e farli
diventare dei “professionisti” dell’antimafia – tra virgolette e con un’accezione
negativa.
Il fatto che qualcuno “ci abbia marciato” è certamente un vulnus per tutti noi,
per la magistratura, per le altre categorie che sono impegnate nella lotta alla
mafia, ma questo non deve farci perdere di vista tutti coloro i quali hanno
combattuto in questi anni. Ci sono state le “pecore nere”, ma sono poche ed
isolate, non sono tutti.
7.Ecco,
forse però per combattere la mafia basta fare “semplicemente” il proprio
lavoro, un po’ come il professor Giaccone, avendo la propria bussola morale che
punta sempre la stessa direzione.
Certamente questo è quello che
diceva anche Paolo Borsellino. Quando le persone mi chiedono: “Ma io cosa posso
fare nel mio piccolo?”, anche ragazzi in età scolare, io rispondo: “Fare bene e
con coscienza quello che si fa, senza farsi mettere i piedi in testa da nessuno,
è l’inizio di tutto. Se tutti riuscissimo a comportarci in questo modo, la mafia
non avrebbe spazio. La mafia ha bisogno di persone che si spaventano, che sono
disponibili a farsi prevaricare, a non avere una propria dignità. Se tutti noi ci
comportiamo con dignità e la mettiamo nel nostro lavoro la mafia non ha spazio.
Mafia, donne e minori.
Il Centro Studi “Paolo Giaccone” incontra il
Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Palermo, dott.ssa Annamaria Picozzi
1. Che ruolo
rivestono le donne nel sodalizio mafioso?
E’ necessario operare
una distinzione tra l’attualità ed il passato.
In passato, la
struttura della famiglia mafiosa era perfettamente aderente alla struttura patriarcale, arcaica della società e questo
comportava un ruolo ancillare da parte della donna. Questa non era ammessa a
partecipare attivamente all'organizzazione, ma aveva comunque un ruolo di
sostegno e cura. Veniva definita la “vestale del credo mafioso”, nel senso che
il compito era quello di crescere ed educare i figli a prendere il posto del
padre, quando fosse arrivato il loro momento. Il suo ruolo la portava ad
assistere il latitante, il marito o figlio detenuto, sempre e comunque ad avere
cura degli interessi, ma con un ruolo di secondo piano. Possiamo definirla
certamente una favoreggiatrice.
Nei primi anni Novanta,
con il crescere del numero di operazioni di polizia e della magistratura, che
hanno sfoltito notevolmente le fila dell’organizzazione mafiosa sia sotto il
profilo della forza militare che degli organici direttivi, la donna ha, con il
tempo, modificato il suo ruolo, venendo “impiegata” in modo diverso. Ciò perché
si è venuta a creare, anche grazie al grande numero di collaborazioni con la
giustizia, una fibrillazione nell'organigramma mafioso tale per cui si è fatto
ricorso a soggetti che normalmente non potevano assurgere al ruolo di mafiosi,
non potevano far parte dell’organizzazione (minorenni, donne, soggetti che avevano
parenti nelle forze del’ordine,etc).
Specifico però che, almeno allo stato, non
risulta che vi sia stata una cerimonia di affiliazione formale per una donna all'interno di “Cosa Nostra” palermitana. Ci sono state condanne a carico di
donne per concorso esterno ma anche, negli ultimi anni, per 416bis cp ma per
soggetti che di fatto rivestivano un ruolo all'interno dell’organizzazione
mafiosa, ma mai ritualmente affiliate con la nota cerimonia della “punciuta”.
2. Non più, quindi,
solo “sorelle d’omertà”?
Guardando al passato, i rapporti con l’esterno erano normalmente mantenuti dalle donne, che potevano andare a fare visita ai propri congiunti detenuti senza troppi rischi e così favorivano lo scambio di informazioni che avveniva per mezzo delle stesse donne. Con l’entrata in vigore del regime di detenzione carceraria del 41bis (cd “Carcere duro”) ed il suo largo ricorso per gli appartenenti all'organizzazione mafiosa con ruoli apicali, si è notevolmente ridotto il flusso di informazioni che il boss poteva far filtrare all'esterno, cosa che in passato gli permetteva di continuare ad esercitare il suo ruolo di capo. Queste congiunture hanno comportato che la donna non diventasse più e soltanto vettore di informazioni, dal carcere verso l’esterno, ma che avesse anche la possibilità di esercitare un ruolo di supplenza rispetto al marito detenuto. Tutto questo ha messo la donna mafiosa in una condizione di gestione delle ricchezze mafiose e degli affari mafiosi, la donna non era/è più solo esecutrice di ordini, aveva/ha anche un potere decisionale.
3. L’evoluzione del
ruolo della donna unito al dato dell’assenza di una cerimonia formale di
affiliazione, ma di subentro quasi a supplenza di un congiunto, fa pensare che
la donna non possa fare carriera nell'organizzazione senza un legame con un
uomo di mafia. Corretto?
Corretto, il mutamento del dna dell’organizzazione mafiosa è decisamente più lento rispetto a quello della società civile. A quanto ci risulta, “Cosa Nostra” non si è spinta fino al punto di emancipare la figura della donna da quella di un congiunto (a qualunque titolo). Resta un’organizzazione androcentrica. Una donna senza “legami” non può emergere e raggiungere i vertici dell’organizzazione.
4.Non vi sono,
quindi, “pari opportunità” per le donne nell'organizzazione criminale di stampo
mafioso?
No, però abbiamo visto che, ad esempio, mogli o sorelle di esponenti di spicco di “Cosa Nostra” sono riuscite a raggiungere un ruolo apicale grazie alle loro capacità, ma partendo da una certa posizione. Il viatico è stato ed è sempre il cognome o il riferimento ad un componente di spicco, ma quello è il punto di partenza, senza le capacità delle singole donne, queste non sarebbero o non potrebbero mai arrivare a ruoli di rilievo all'interno dell’organizzazione. Esempi noti potrebbero essere Mariangela Di Trapani (moglie di Salvino Madonia) o Giusy Vitale (sorella di Vito e Leonardo e Michele), dotate di grande “carisma”, dimostratesi capaci di gestire il potere e credibili nel farlo all'interno di un contesto quasi esclusivamente maschile.
5. Il cd “decalogo”
dei Lo Piccolo, con riferimento alle donne, è/ è stato osservato?
E’ solo di facciata. Una regola è, per esempio, non tradire la moglie, ma il motto “cherchez la femme” (ndr “segui la donna”) ci ha permesso di trovare molti latitanti legati ad altre donne, che non erano le loro mogli. Diciamo che, per molti appartenenti a “Cosa Nostra”, non vi è corrispondenza nella pratica del decalogo.
6. Spostiamo il
nostro sguardo sul tema minori.
A Palermo vi è stata la prima condanna a carico di un minore per 416bis cp, la condanna a carico di Giovanni Vitale, figlio di Vito e nipote quindi di Giusy, che già a sedici anni è stato condannato dal Tribunale per i Minori di Palermo per la sua appartenenza a “Cosa Nostra”, non per concorso. E qualche altro c’è stato, anche nel resto d’Italia. La guerra dello Stato nei confronti di “Cosa Nostra” ha comportato, come dicevamo, l’impiego di soggetti, da parte dell’organizzazione mafiosa, che normalmente non venivano inseriti nell'organizzazione stessa.
7.
Un sedicenne… vi è
un’età “minima” per far parte dell’organizzazione?
No, non si parla
di età minima, si parla di “picciotti” che vengono cresciuti ed educati al
credo mafioso, ma solo da adulti si ritengono portatori della credibilità per
poter stare dentro l’organizzazione ed agire.
8. Delle tappe da percorrere, un “cursus honorum”?
E’ più un retaggio legato al passato. In genere era il primo omicidio, come reato quasi cerimoniale, che sanciva la “maturità” del soggetto. Ora questo aspetto pare non essere più necessario, il numero dei morti, ridotto rispetto al passato, lo dimostra.
9. Ci sono quindi altri “indicatori” che dimostrano la raggiunta maturità del minore, magari un forte carisma o una spiccata dote “gestionale”.
Certamente, l’essere “figli”. L’essere figlio di un mafioso di spicco è titolo preferenziale per arrivare a certi ruoli. Se per gli altri è necessario “dimostrare” le proprie capacità, per chi viene da una famiglia mafiosa di spicco si presume l’abilità e la capacità, essendo cresciuto in quel contesto.
10.I minori sono “costretti” a seguire le orme dei familiari membri dell’organizzazione mafiosa o sono lasciati liberi?
Lasciati liberi mai. Si deve proseguire il percorso (criminale) intrapreso dai membri della famiglia. Ci si aspetta da loro questo. Per loro pensare ad un futuro diverso vorrebbe dire ripudiare la cultura mafiosa ed è chiaro che in questo c’è bisogno certamente della volontà del singolo, ma anche di aiuto dall'esterno per permettere questo passaggio.
11. Che peso hanno le donne (in quanto mogli, madri, sorelle,
etc) ed i minori (es. figli) nel processo che porta un affiliato a collaborare
con la giustizia?
Determinante. La presenza di una donna, che condivide ed appoggia il percorso della collaborazione, è basilare. Non a caso tutti coloro che pensano di intraprendere il percorso della collaborazione, prima chiedono di poterne parlare con la moglie o con i figli, se già di una certa età. Gli affiliati si vogliono vedere sostenuti dai familiari più stretti, che poi saranno quelli che li seguiranno in questo percorso. Un’opposizione in questo senso complica, se non rende impossibile, la collaborazione e, se non c’è un sostegno, le collaborazioni sono destinate a naufragare nel medio/lungo periodo.Un discorso a parte per i minori, spesso loro, essendo nati e cresciuti in un contesto che aveva conferito “onorabilità” e che li distingue dagli altri, manifestano resistenze, nette opposizioni alla scelta di collaborare con la giustizia. Almeno per quello che abbiamo visto sul campo.
12. Una riflessione
finale: è singolare come, alla fine e giusto quello che abbiamo visto fino ad
ora, l’uomo che segna il percorso ed il destino dei congiunti, siano essi
moglie o sorella o anche figli, alla fine cerchi il loro supporto per
intraprendere un percorso di collaborazione. E’ un bel contrappasso!
Certamente,ma non
è insolito: la famiglia è l’unico nucleo che resta con loro. Sanno che
perderanno tutto: sostanze, ruolo sociale, dovranno lasciare la loro città e si
troveranno in una forzata solitudine. E’ impensabile intraprendere questo
percorso senza il sostegno della famiglia.
Il rapporto tra Cosa Nostra ed il mondo delle scommesse
Il Centro Studi “Paolo Giaccone” incontra il
Sostituto
Procuratore della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Palermo, dott.
Dario Scaletta.
Il rapporto tra Cosa Nostra ed il mondo delle scommesse
1. Dottore
Scaletta, se dovessimo ipotizzare una “gerarchia” tra le fonti di sostentamento
della mafia, le scommesse dove si collocherebbero?
Tradizionalmente,
le scommesse o il gioco clandestino non hanno costituito una fonte primaria di
finanziamento di cosa nostra, questo perché una delle fonti principali è stato
il traffico di sostanze stupefacenti e l’attività estorsiva nei confronti delle
attività commerciali. Infatti queste due attività illecite hanno sempre
consentito e sono sempre state collegate ad un controllo diretto del
territorio, elemento questo che costituisce una delle caratteristiche
principali di cosa nostra, essendo questa un’organizzazione criminale
strettamente collegata al territorio di riferimento. La stessa struttura
organizzativa in mandamenti, famiglie etc è proprio collegata ad una
delimitazione territoriale dove spesso un marciapiede “appartiene” ad una
famiglia e quello di fronte ad un’altra.
Il
gioco delle scommesse, quindi, che nel passato era rappresentato ad es. dal
lotto clandestino e dal totonero, era, sì, sotto il controllo di cosa nostra,
ma non ha rappresentato una fonte principale di guadagno. Sotto questo profilo
è interessante un confronto con gli Stati Uniti, dove mi sono recato per motivi
professionali, in cui invece il settore delle scommesse clandestine ha sempre
costituito tradizionalmente la principale fonte di finanziamento della
criminalità organizzata, ancora di più rispetto al traffico di sostanze stupefacenti
ed in misura maggiore rispetto all’attività estorsiva.
Dal
punto di vista economico, nell’ultimo decennio, si sono registrate una serie di
evoluzioni nel sistema economico, soprattutto nel meridione, perché, da un lato,
la crisi economica del 2009 ha determinato una forte riduzione delle attività
economiche e, conseguenzialmente, cosa nostra ha dovuto diminuire la sua
capacità di riscossione delle attività estortive (proprio perché le attività
commerciali si sono trovate in difficoltà e non avevano modo di contribuire al
sostentamento di cosa nostra attraverso
la raccolta estortiva), dall’altro lato, quasi in maniera speculare, si è assistito
quasi ad un’esplosione delle scommesse lecite. Lo Stato, infatti, attraverso la
concessione dei monopoli ha cominciato ad investire sul settore delle
scommesse, contribuendo a far fronte ai fabbisogni di bilancio, contestualmente,
cosa nostra, cogliendo questa evoluzione del sistema economico, ha visto nel
settore delle scommesse lecite un settore di interesse attraverso cui drenare
delle risorse; quindi, da questi elementi si è accresciuta la capacità di cosa
nostra di svolgere, in questo determinato settore, delle attività oltre che
lecite anche illecite.
Ciò
è emerso durante l’ultima indagine (ndr “All In”) in cui si è assistito ad un
vero connubio tra la figura dell’imprenditore, che lavora nel mondo delle
scommesse, ed un appartenente a cosa nostra che, in modo trasversale, sono
riusciti ad investire nelle attività del settore delle scommesse, diventando addirittura
concessionari di monopoli dello Stato, rendendo in essere un’attività che non
soltanto veniva realizzata sul territorio della provincia di Palermo, ma su
tutto il territorio nazionale.
Quindi non soltanto un interesse volto a "pulire" i proventi di attività illecite, ma anche per ottenere "utili" e impiegare queste risorse non solo per tutte le attività criminali, ma anche per il sostentamento delle famiglie dei componenti reclusi in carcere.
Certamente.
2. Lei
ha introdotto l’argomento guardando indietro di una decina di anni, è possibile tracciare un’evoluzione storica del fenomeno e degli interessi criminali per il
settore delle scommesse?
Ai
tempi del totonero l’attività era certamente molto artigianale, oggi questo
tipo di attività risente anche dell’evoluzione tecnologica e di complicazioni burocratiche
(es. conti correnti personali e dedicati, dove devono confluire i soldi dei
centri scommesse). Possiamo certamente affermare che da un sistema artigianale
siamo arrivati ad uno industriale, professionale, anche con riferimento ai
volumi di denaro che circolano, che sono notevoli. È bene sottolineare che non
è più un’attività tesa al riciclaggio di denaro “sporco” ma al reimpiego, che è
un’attività volta all’ottenimento di utili, somme che poi possono anche essere
destinate al sostentamento delle famiglie dei detenuti, destinazione questa che
permette invero il mantenimento dell’associazione criminale nel tempo.
3. Impresa
Mafia, quindi?
Certamente,
un’impresa che svolge attività imprenditoriale nell’interesse di cosa nostra
sia pure, ed è questo il paradosso, nel solco di attività di per sé lecite, con
tanto di autorizzazioni dalla pubblica autorità e concessioni da parte dei
monopoli dello Stato. È certamente uno spaccato che, in un contesto diverso,
potrebbe essere vista come un’attività assolutamente lecita, ma se poi si vanno
a ricostruire i contatti con l’associazione criminale cosa nostra (es. per
andare ad aprire un’agenzia in un determinato territorio si chiede il
“benestare” alla famiglia di riferimento per quel territorio) si vede che anche
questa è una modalità di controllo del territorio, atto a creare quel circolo
vizioso con cui cosa nostra accresce il proprio potere, perché, per poter avere
un’opportunità lavorativa, mi trovo costretto ad avere “il permesso”. Inoltre,
cosa nostra può anche individuare dei soggetti che io dovrò assumere per la mia
attività e quindi si crea quel circolo che accresce il prestigio criminale
dell’organizzazione nei territori di riferimento e pertanto ci ricolleghiamo a
quel rapporto con il territorio che prima era tenuto con le estorsioni (dalla
cd “messa a posto”) e che ora viene mantenuto attraverso l’opportunità di
svolgere attività commerciale, lavorativa e soddisfare i propri bisogni
primari.
4. Poi
però in questo rapporto con il territorio interviene lo Stato, che si frappone
interrompendo il rapporto con l’organizzazione criminale; qual è quindi la
sorte delle attività che vengono collegate alla mafia e che spesso si avvalgono
di soggetti che non sono parte di cosa nostra?
La
difficoltà maggiore a cui si va incontro è proprio quella di riportare nei
binari della legalità un’attività compromessa dall’illegalità. Lo Stato cerca
di reimmettere nel circuito economico queste attività e nel settore delle
scommesse è astrattamente più semplice, perché, avendo già una concessione
concessa dallo Stato, si tratta soltanto di proseguire in un’attività già
avviata e formalmente autorizzata. Quello che risulta concretamente più
complicato è l’attività di mantenimento “in salute” dell’attività, perché se
una determinata agenzia viene gestita da un amministratore dello Stato, se nel
quartiere non si va più a scommettere presso quell’agenzia e si preferisce
andare presso un’altra, magari ancora gestita da cosa nostra, risulta molto
difficile potere proseguire l’attività economica.
Lo stesso problema, nel passato, si aveva con le attività del settore dell’edilizia: se nessuno si va a rifornire presso una ditta che produce calcestruzzo, dopo il passaggio dalle mani di cosa nostra all’amministrazione dello Stato, quella ditta chiude. Questo è uno dei problemi con cui ci si scontra quando si attua la riconversione in termini di legalità di attività economiche, che molto spesso operano al di fuori del mercato. Quanto più operano in un contesto di illegalità tanto più è difficile riconvertirla in un’attività lecita.
Soprattutto se non si agisce anche sulla mentalità della popolazione del territorio. Esattamente.
5. Quali
sono, mediamente, le tempistiche che vi necessitano per indagini di questo
tipo? Quali sono le principali difficoltà che si incontrano?
Sono
attività di indagini molto complesse, per le quali si va avanti almeno per un
anno e mezzo, due anni, che sono necessari per raccogliere i cosiddetti
elementi indiziari. Le difficoltà sono tante perché, operando in un settore che
ha l’apparenza del formalmente lecito, non è sempre facile andare a distinguere
quello che è lecito da quello che non lo è. Per quanto possano essere evoluti
gli strumenti di indagine (intercettazioni, captazioni di conversazioni, etc.)
devono essere effettuati anche tutta una serie di accertamenti di natura
patrimoniale, per ricostruire i canali di investimento, ricostruzioni
societarie. Sono delle attività molto complesse e le fonti di prova sono molto
articolate: si va dall’attività di controllo e pedinamento, posto in essere
dalla polizia giudiziaria, alle prove di carattere tecnico, come l’analisi dei
bilanci di queste società.
6. Capito
il ruolo di queste attività, quindi anche come “presidio” per il controllo del territorio,
è stato riscontrato un atteggiamento spregiudicato nella conduzione di attività
di centri scommesse (e simili) o no? Un loro utilizzo come basi e luoghi di
incontro oppure avete riscontrato una certa “professionalità” nell’uso degli
spazi e dell’attività stessa?
Più
la seconda. Difficilmente queste attività vengono utilizzate come basi e luoghi
di incontro, perché questo finirebbe per attirare l’attenzione dell’autorità
giudiziaria o della polizia giudiziaria e, trattandosi di attività che viene
svolta sotto il rilascio di una concessione pubblica, formalmente risulta
essere tutto in regola con un’apparenza di legalità. La difficoltà è andare
oltre questo schermo iniziale e verificare se, accanto a questo, vi siano
circuiti di scommesse illegali o clandestine, che molto spesso doppiano e si
sovrappongono all’attività legale che fungono da secondo canale di
approvvigionamento.
Un’attività molto subdola. Ed anche sofisticata!

