Il Centro Studi “Paolo Giaccone”
incontra il
dott. Calogero Ferrara
Procuratore Europeo Delegato presso l’Ufficio EPPO di Palermo
Il Centro Studi “Paolo Giaccone”
incontra il
dott. Calogero Ferrara
Procuratore Europeo Delegato presso l’Ufficio EPPO di Palermo
Lungi da vuoti formalismi, la data del 06/12/2021 può essere considerata come l'ennesimo passo in avanti del Centro Studi. Un passo che va nella direzione del concreto supporto al territorio, un supporto fatto di ascolto e presenza. Un supporto che, senza questo protocollo, sarebbe risultato monco; il protocollo infatti mira a creare una sinergia progettuale e comunicativa di ciò che, rispettivamente, il Comune ed il Centro Studi porranno in essere sul tema della legalità.
Non è scontato che un Centro Studi, espressione di un sentire "privato", entri in relazione con l'Istituzione comunale, non è scontato ma così - almeno secondo il sentire dei membri del Centro Studi - è. Solo uniti si possono raggiungere risultati concreti su argomenti e temi così ampi ed impegnativi.
Ringraziamo l'Assessore Cinzia Mantegna e tutti coloro che hanno contribuito a questo primo ma importante risultato per il Centro (e, siamo sicuri, anche per il territorio).
A Cammarata
il 29 settembre del 2021 si è chiuso un capitolo di una storia, una storia di brutale violenza ed indicibile dolore, una storia che, purtroppo, accomuna tutte le vittime di mafia.
Il 29 settembre del 2021 si è aperto un nuovo capitolo, fatto di memoria attiva a coronamento di una vita - quella dei familiari delle Vittime - spesa per ottenere Giustizia.
Il 29 settembre del 2021 si è compiuto l'ennesimo passo verso un necessario passaggio di testimone tra generazioni, tra chi porta un messaggio e chi è li pronto a recepirlo. Formare le giovani coscienze è la prima cosa da fare per avere un futuro senza mafia.
Il Centro Studi era presente, perché uniti - anche nel cordoglio - si è più forti.
Per conoscere le storie di Michele Ciminnisi e Vincenzo Romano seguite questo link
1982. Viene assassinato da mano vigliacca il Prof. Paolo Giaccone, colpevole di non aver assecondato i voleri mafiosi, rifiutandosi di "correggere" una perizia che avrebbe determinato la condanna di un affiliato. Il Prof.Giaccone lascia, così, la famiglia e gli affetti, il Suo impegno da consulente e da Prof.re ed i Suoi studenti. Il Prof.Giaccone, quel giorno, ci ha lasciato anche un percorso da seguire, un percorso di moralità ed integrità, un percorso che non interseca con il compromesso omertoso e corrotto un percorso fatto di "normale" legalità.
Il Centro Studi "Paolo Giaccone", nato per promuovere iniziative volte a contrastare la devianza mafiosa, in strettissima collaborazione con l'Università degli Studi di Palermo rinnova il ricordo delle vittime innocenti di Cosa Nostra con un'opera che vuole far riflettere sull'idea di "insieme" e di comunità.
Tutti siamo tessere di un mosaico, tutti possiamo contribuire a costruire qualcosa di più grande.
Il Prof.Paolo Giaccone (così come tutti gli altri), tassello indimenticato di una coscienza sociale sempre viva, ci ha indicato la strada da seguire e così intendiamo proseguire.
Nasce a Palermo uno spazio identitario per l'Ateneo. Nasce uno spazio che raccoglie le esperienze e le storie di chi ha dato e da lustro all'Università degli Studi di Palermo.
In questo contesto si inserisce la figura del Prof.Paolo Giaccone, indimenticato componente di una comunità scientifica illustre e legata al proprio territorio, anch'egli presente, anch'egli protagonista dell'allestimento.
Una partnership tra UNIPA ed il Centro Studi ha permesso la presenza di alcuni cimeli appartenuti al Professore, oggetti che raccontano la vita, lo studio, la passione e l'Umanità di un Eroe normale. Visitate il MUNIPA, riscoprite l'anima dell'Università di Palermo nel tempo.
Il Centro Studi “Paolo Giaccone” incontra il
Procuratore presso la Procura della Repubblica di Messina, dott.Maurizio De Lucia
ed
Il Sindaco di Troina (EN), dott.Sebastiano Fabio Venezia
Lei è di origine campana, arriva a Palermo nel 1991, subito prima delle stragi. Ricorda – e può descriverci - il clima che si viveva nel “Palazzo” e per le strade in quel periodo?
Procuratore De Lucia: Intanto grazie alla Fondazione Giaccone, per avere chiesto in forma di intervista questo mio contributo, ne sono onorato. Il professore Giaccone è un esempio importante di siciliano e di professionista che non si è piegato alla mafia, peraltro in un momento storico difficilissimo con la mafia nel pieno del suo potere e pagando un prezzo altissimo con la propria vita. Per tutti noi è un dovere rendergli omaggio seguendone l’esempio che era quello di lavorare ciascuno nel proprio campo con scrupolo professionalità e rigore.
Venendo alla domanda, sono stato, insieme ad altri due colleghi insediatisi con me, il primo uditore giudiziario, termine che si usava allora, ad assumete le funzioni di sostituto Procuratore a Palermo. Mi sono insediato l’11 maggio 1991, solo pochi mesi prima la mafia, sulla veloce Canicattì Agrigento aveva assassinato Rosario Livatino; il 29 agosto, a Palermo uccise Libero Grassi. Ero un giovane magistrato che doveva imparare tutto ricordo soprattutto la grande voglia di fare e di capire, e ricordo la eccezionalità delle professionalità presenti nella procura della Repubblica di allora. Per tutte Paolo Borsellino, procuratore aggiunto solo per pochi mesi, purtroppo. Dopodichè la Palermo di allora era una Palermo in qualche modo consapevole della presenza della mafia, ma anche abituata alla sua presenza. E’con le stragi del’92 che cambia tutto. Quei giorni sono stati terribili, ma hanno anche segnato un cambiamento irreversibile nello spirito con cui si è, di lì in avanti, affrontata la lotta a Cosa nostra. Non potrò mai dimenticare le notti nelle quali, all’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo ho vegliato, insieme ad altri colleghi, con la toga indosso, le bare dei caduti e, soprattutto, la fila ininterrotta dei cittadini palermitani che, anche nel cuore di quelle notti, in lacrime e con rabbia venivano a rendere omaggio a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino e a chi era stato ucciso con loro. Penso che da quel dolore e da quella rabbia sia nata una nuova consapevolezza ed una reazione contro Cosa nostra che non si è più interrotta.
La “Mafia” è una (come organizzazione), ma molteplici sono le sue sfaccettature. Quale ritiene essere il miglior mezzo di contrasto, in generale?
Procuratore De Lucia: I livelli del contrasto alla mafia sono molteplici, di carattere culturale ed economico prima di tutto e poi, possiamo dire, tecnico. Contro le mafie si vince se non ci si stanca di studiare, analizzare il fenomeno e fare memoria della sua storia e della storia di chi lo ha combattuto: il profilo culturale. Bisogna pensare allo sviluppo economico di questa fantastica terra, poiché solo la crescita economica aiuta a liberarsi dalle mafie. Lo sviluppo economico vuol dire crescita culturale e di libertà, nemici terribili delle mafie.
Venendo al piano tecnico per così dire, del lavoro di magistrati e poliziotti in questi anni l’azione di contrasto si è sviluppata su quattro pilastri:
· la cattura dei capi dell’organizzazione; la prima grande operazione sistematica di contrasto a Cosa nostra è consistita nel catturare i capi dell’organizzazione. Nel 1992 i vertici della commissione, seppure già condannati nell’ambito del c.d. maxi processo, erano ancora per la gran parte liberi e godevano di una latitanza “dorata”. Oggi la situazione è totalmente mutata, uno solo degli esponenti di primo piano della Cosa nostra di allora è latitante. La cattura dei capi ha un significato importante sia dal punto di vista pratico, poiché si tolgono le “intelligenze” dal territorio e gli si impedisce di comandare; sia dal punto di vista simbolico, poiché si colpisce il mito della invulnerabilità e dell’impunità di Cosa nostra.
· l’applicazione del regime speciale di cui all’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario. I grandi capi, una volta catturati, devono essere posti nella condizione di non continuare a comandare dal carcere come avevano fatto in passato. Se pensiamo ai racconti dei collaboratori di giustizia, che dal 1992 in poi hanno consentito di fare luce su migliaia di delitti di mafia, essi hanno anche spiegato quanto sia importante per il capo mafia detenuto continuare ad avere un rapporto diretto e stringente con gli uomini d’onore a lui sottoposti. Questi infatti devono continuare a ricevere ordini (anche di omicidi da compiere) ed a fornire informazioni ai capi detenuti sul corretto andamento delle “cose di mafia” sul territorio, temporaneamente abbandonato da chi è chiuso in carcere. Più collaboratori hanno definito la fase della detenzione in carcere dei loro capi, negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, come un periodo trascorso al “Grand Hotel Ucciardone”, con ciò definendo il più antico carcere di Palermo, anche riferendosi a fatti, se si vuole, di colore ma significativi, come la fornitura, prima al carcere e solo dopo alle cucine dei migliori ristoranti della città, del pesce più fresco pescato nel mare di Palermo in quel tempo.
Dopo le stragi del 1992 questo regime è totalmente mutato e l’esigenza di impedire ai capi della mafia di continuare a governare l’organizzazione dalle celle, ha imposto l’applicazione, prima in via transitoria e poi definitiva, dell’istituto del c.d. regime speciale di cui all’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario. La norma, può dirsi in via di estrema sintesi, è volta ad impedire i contatti dei mafiosi detenuti con i mafiosi liberi, predisponendo apposite strutture carcerarie, limitando i colloqui con l’esterno e sottoponendo i colloqui autorizzati ad un rigoroso regime di controllo. Tali applicazioni hanno senz’altro avuto una rilevante efficacia, poiché, rendendo più difficile la possibilità di contatto, ha allontanato i “cervelli” detenuti, dai mafiosi liberi ed ha pertanto indebolito la capacità di governo delle mafie.
Non possono esservi dubbi che si tratti di un istituto importantissimo tra gli strumenti di contrasto dello Stato alle mafie e come tale da salvaguardare, ma bisogna anche avere ben chiaro che la impossibilità del mafioso di comunicare con i suoi sodali liberi è la sua unica funzione e che il regime speciale di detenzione non può essere inteso, nè funzionare come una sorta di pena aggiuntiva a carattere afflittivo per i condannati per delitti di mafia (e terrorismo). Con ciò intendo dire che se un mafioso ha commesso cento omicidi, perché così gli è stato ordinato, deve essere condannato per quei cento delitti, ma, per quanto feroce egli si sia dimostrato, non è a lui che andrà applicato il regime speciale. Tale regime dovrà invece essere applicato al capomafia (magari un vecchietto apparentemente innocuo) che quei delitti ha ordinato, essendo egli e non il killer la mente che va isolata per proteggere la società ed indebolire la mafia. E’ questa la sola funzione che la norma deve avere ed in tal senso si deve guardare positivamente ad un costante adeguamento del regime, ferma restando la necessità di un suo mantenimento, ai parametri costituzionali ed europei con particolare riferimento all’eliminazione delle restrizioni meramente vessatorie e non strettamente necessarie al raggiungimento degli obiettivi di prevenzione. Lo sforzo odierno sta nel salvaguardare e migliorare il sistema conservandone e rafforzando la sua valenza preventiva ed attenuandone ove possibile quella afflittiva, ma avendo anche cura di non lanciare pericolosi segnali di indebolimento del contrasto alle mafie da parte dello Stato.
· la continuità dell’azione investigativa e processuale: accanto all’azione di ricerca dei capi dell’organizzazione, si è, in maniera continua e non episodica, investigato e processato gli autori dei delitti “base” dell’organizzazione mafiosa (in primo luogo le estorsioni). Il carattere continuativo di questa attività ha impedito alla mafia di coltivare una nuova classe dirigente ignota allo Stato, e ha consentito di processare e condannare centinaia di appartenenti all’organizzazione.
· l’aggressione ai patrimoni dei mafiosi. Hanno raccontato i collaboratori di giustizia siciliani, ma il discorso vale per tutti i mafiosi, che si diventa mafiosi per due ragioni: l’esercizio del potere; il desiderio di ricchezza. Se la volontà di arricchirsi è uno dei fattori che inducono a divenire mafiosi, l’impoverimento della mafia, attraverso l’aggressione processuale ai patrimoni mafiosi, è, conseguentemente, una scelta razionale dello Stato nella sua azione di contrasto strutturale alle mafie.
Il sistema di attacco alle ricchezze mafiose, negli anni si è affinato attraverso numerosi interventi legislativi e giurisprudenziali, ma almeno tre momenti fondamentali, vanno ricordati.
La legge La Torre del 1982 che per la prima volta ha consentito l’applicazione di misure di prevenzione reale (il sequestro e la confisca) agli indiziati di appartenere alle mafie e che è costata la vita a Pio La Torre, che l’aveva proposta. Le legge di iniziativa popolare del 1996 che ha previsto la destinazione ad uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Il codice antimafia del 2011 che ha istituito L’agenzia Nazionale per i Beni Confiscati. Questi tre strumenti normativi segnano un percorso unico al mondo per quanto riguarda i beni criminali, poiché il sistema italiano è l’unico che non si occupa della sola fase della sottrazione dei beni ai mafiosi, ma si occupa anche della destinazione di quei beni (si potrebbe dire contro i mafiosi) e degli strumenti per gestire i beni (l’Agenzia). Se si pensa che in epoca fascista le misure di prevenzione erano una forma di controllo dei mendicati e dei disoccupati, dei marginali, mentre oggi trovano la loro piena legittimità costituzionale nell’ essere fondamentale strumento di contrasto alle mafie, si può vedere come, anche da questo punto di vista, la democrazia abbia rappresentato il metodo migliore e più importante per il contrasto alle mafie. Lo sforzo odierno sta nel salvaguardare e migliorare il sistema e, ancora una volta non è un problema di leggi, ma di amministrazione. Oggi servono più risorse per il funzionamento dell’Agenzia per i beni confiscati, che deve celermente ricollocarli nel circuito legale e servono più risorse e grandissima trasparenza negli Uffici giudiziari deputati ai processi per la confisca dei beni mafiosi. In nessun caso comunque si può tornare indietro rispetto al punto nel quale si è giunti. «…Cosa più brutta della confisca dei beni non c’è […]. Quindi la cosa migliore è quella di andarsene». Questo pensano i mafiosi dell’aggressione ai loro patrimoni, come dice nel corso di una conversazione telefonica intercettata anni fa, nel corso del procedimento cd. Old Bridge, Francesco Inzerillo esponente della famosa famiglia mafiosa.
Che definizione darebbe di "mafia dei pascoli"? E’ un fenomeno solo siciliano?
Procuratore De Lucia: Direi che l’espressione “mafia dei pascoli” è stereotipata e induce a pensare ad una mafia agreste ed involuta, legata al controllo del bestiame, in una visione ottocentesca dell’organizzazione criminale. Le indagini del mio Ufficio hanno invece individuato una organizzazione mafiosa che, grazie all’apporto di professionisti, dimostra di avere una fisionomia modernissima e dinamica. Muovendo dal controllo dei terreni, caratterizzata da forti legami parentali e omertà diffusa, quindi in continuità con la mafia di sempre (e, quindi, difficilmente permeabili al fenomeno delle collaborazioni con la giustizia). Essa realizza utili, infiltrandosi in settori strategici dell’economia legale, depredandolo di ingentissime risorse, nella studiata consapevolezza che le condotte fraudolente, aventi ad oggetto i contributi comunitari - praticate su larga scala e difficilmente investigabili in modo unitario e sistematico - presentino bassi rischi giudiziari, a fronte di elevatissimi profitti.
E’proprio l’interesse - perseguito senza alcun contrasto e dunque in completo accordo dalle famiglie mafiose presenti sul territorio - ad ottenere le illecite percezione di ingenti contributi comunitari concessi dall’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Ag.E.A.) è la principale attività rilevante per tutta l’organizzazione mafiosa presente sul territorio.
Si pensi che attualmente è in corso un dibattimento contro 91 imputati presso il tribunale di Patti nel quale la DDA di Messina sostiene che a partire dal 2013 le famiglie mafiose del territorio hanno percepito illecitamente erogazioni pubbliche per oltre 10 milioni di euro, con il coinvolgimento in tale attività di oltre 150 imprese agricole (società cooperative o ditte individuali), tutte direttamente o indirettamente riconducibili alle due famiglie mafiose, alcune delle quali meramente cartolari ed inesistenti nella realtà.
La percezione fraudolenta delle somme è stata possibile grazie all’apporto compiacente di colletti bianchi identificati dalle indagini: ex collaboratori dell’Ag.E.A., numerosi responsabili dei centri C.A.A.. Soggetti muniti del know how necessario per realizzare l’infiltrazione della criminalità mafiosa nei meccanismi di erogazione di spesa pubblica, e conoscitori dei limiti del sistema dei controlli.
Il meccanismo fraudolento si fonda sulla “spartizione virtuale” del territorio, operata dall’organizzazione mafiosa, ai fini della commissione di un numero elevatissimo di truffe, con rapporti anche con consorterie mafiose operanti in altre province.
Tra gli elementi di novità raccolti dall’indagine emerge in maniera significativa un profilo di carattere internazionale degli illeciti, commessi nell’interesse delle associazioni mafiose. In alcuni casi, infatti, le somme provento delle truffe sono state ricevute dai beneficiari su conti correnti aperti presso istituti di credito attivi all’estero e, poi, fatte rientrare in Italia attraverso complesse e vorticose movimentazioni economiche, finalizzate a fare perdere le tracce del denaro. Mi pare dunque che emerga a proposito della “mafia dei pascoli” una dimensione in realtà modernissima e predatoria dell’organizzazione criminale
Come si combatte la cd “mafia dei pascoli”?
Procuratore De Lucia: I metodi di contrasto sono sempre gli stessi; professionalità estrema, duro lavoro ricorso a tutti gli strumenti che la legislazione antimafia permette;
Quale dovrebbe essere la relazione tra società civile ed Istituzioni? Cosa coltivare per il futuro?
Procuratore De Lucia: Il ponte tra società civile ed istituzioni è quello della trasparenza delle decisioni e dell’analisi culturale dei fenomeni. Le istituzioni democratiche vincono sulla mafia a condizione che non chiudano gli occhi e si girino dall’altra parte invece di affrontare e riconoscere il fenomeno. Della mafia si deve parlare, ma lo si deve fare, a qualsiasi livello con rigore scientifico e con spirito civile. Citerò, per concludere, il risultato di una ricerca storica di Salvatore Lupo, pubblicata in un suo saggio del 2008, relativo, tra l’altro, all’esito dei processi scaturiti dalla repressione Mori del 1928. E’opinione comune, che il fascismo operò una dura repressione di quella che oggi alcuni chiamano mafia militare e che poi la mafia sarebbe tornata forte solo nell’immediato dopoguerra. La ricerca di Lupo ci dice invece che - a parte il primo processo che aveva per il regime un valore altamente simbolico - gli altri processi originati dall’operazione di Mori, si conclusero con condanne a pene mediamente dell’ordine di tre anni di reclusione. Il che vuol dire che i mafiosi arrestati nel 1928 erano di nuovo liberi di “mafiare” già nel 1931. Nel 1932, non la c.d. alta mafia, che non fu toccata dal lavoro di Mori, ma la mafia “delle coppole e della lupara” era di nuovo operativa. Questo è stato, secondo l'analisi storica, il prodotto della repressione fascista, cioè di un regime totalitario. Se si guarda a quello che è avvenuto dal 1992 ad oggi; a dove si trovano oggi i capi di Cosa nostra, si può trarre un confortante giudizio su quanto è stata più forte, stabile e seria la risposta della Repubblica democratica alla mafia. Questo è probabilmente il più grande insegnamento che i quasi 30 anni trascorsi dalle stragi del 92 ci hanno lasciato.
Nell'agosto del 1982 si consumava l'omicidio Giaccone, Lei era nato da qualche mese. Ha ricordi della sua giovinezza di testimonianze della presenza mafiosa sul suo territorio altrettanto violenti?
Sindaco Venezia: Ho vaghi ricordi di alcuni omicidi nel territorio dei Nebrodi. Mi rimasero impresse le stragi di Capaci e Via D’Amelio. Nel 1992 avevo appena dieci anni e quelle drammatiche notizie mi scossero molto.
Come si combatte la "mafia dei pascoli" (Se ritiene può fare riferimento alla Sua esperienza al Comune di Troina)?
Sindaco Venezia: E’ opportuno preliminarmente precisare che la cosiddetta “mafia dei pascoli” opera in maniera diversa rispetto alla criminalità organizzata che opera nelle città. Si tratta di una mafia che ha mantenuto le sue radici arcaiche fondate sull’oppressivo controllo del territorio, ma che ha intuito il business dei fondi europei destinati all’agricoltura. Come ho detto altre volte, la “mafia dei pascoli” si combatte con sobrietà e intelligenza. Noi l’abbiamo combattuta non soltanto sul versante della repressione sottraendo i terreni demaniali ai mafiosi. Occorre creare modelli di gestione alternativa in grado di produrre effetti economici positivi sul territorio e soprattutto occupazione.
L’azienda speciale Silvo-Pastorale del Comune di Troina è ancora oggetto di atti intimidatori? Se si, da dove parte la vostra azione di contrasto?
Sindaco Venezia: Fino a non molto tempo fa abbiamo avuto segnali chiari e inequivocabili che hanno manifestato una certa insofferenza nei confronti del progetto di legalità che stiamo portando avanti e che riguarda la gestione diretta dei terreni sottratti alla mafia attraverso la costituzione di un’azienda agricola pubblica e l’allevamento di razze in via di estinzione. La nostra azione di contrasto è stata chiara: non arretrare nemmeno di un millimetro rispetto alla battaglia per riportare la legalità dei Nebrodi.
Lei vive sotto tutela, come spiega questa scelta di vita ai suoi figli?
Sindaco Venezia: Ho due figli di cinque e sette anni che ancora non comprendono questa difficile situazione. Spero che quando saranno più grandi possano comprendere che questa scelta difficile sia stata fatta per loro e per i loro coetanei.
Il Centro Studi “Paolo
Giaccone” incontra il
Sostituto Procuratore presso
la Direzione Nazionale Antimafia, dott.Domenico Gozzo
La Mafia degli
anni ‘80
1. Cosa
succedeva negli ambienti mafiosi di Palermo negli anni ’80? Che clima si viveva?
Con
la mia esperienza in Procura Generale a Palermo ho potuto, tra le altre cose,
ricostruire quel periodo occupandomi degli eventi di quegli anni. Per esempio,
un omicidio di mafia commesso agli inizi degli anni ’80, quello del prof. Bosio,
ucciso in maniera barbara come, inutile dirlo, il prof. Giaccone, da Nino Madonia.
Quello che emergeva, come del resto è emerso per il caso del prof. Paolo Giaccone,
era il pieno controllo della città di Palermo che queste persone avevano. Noi
siamo abituati ad un’associazione mafiosa quasi tutta in carcere, perché dopo
la fine degli anni ’80 e la fine degli anni ’90, grazie al lavoro di polizia e
magistratura con l’aiuto di professionisti come il prof. Giaccone, si è
riusciti a portare in carcere tutti i capi mafia dell’epoca. Ma in quel periodo
(inizio anni ’80) erano tutti liberi. Ogni tanto rifletto che persone della
pericolosità di Nino Madonia, o dei Marchese (che poi c’entrano con l’omicidio
del prof.Giaccone), i Graviano, Greco, tutte queste persone non solo erano
persone a piede libero ma frequentavano anche la migliore società palermitana.
Quando si parla di “palude” palermitana si fa riferimento a questo: la crème de la crème, persone che erano ai
vertici della loro carriera professionale, che frequentavano ambienti dove era
possibile, se non scontato, incontrare membri di spicco di Cosa Nostra.
Il
prof. Giaccone era anch’egli un professionista all’apice della sua carriera,
con infiniti interessi e passioni, ma era certamente una persona ritirata che
non frequentava questi ambienti, dove era facilissimo incontrare persone di un
certo tipo. Il cd “principe di Villagrazia” era di casa in molti salotti palermitani.
Ecco,
questi salotti erano i luoghi in cui potevano avvenire dei cortocircuiti. Dei
cortocircuiti che magari potevano portare dei professionisti a chiamare altri
professionisti, come il prof. Giaccone o il prof. Bosio, e far chiedere loro di
fare o non fare delle cose a vantaggio di certe persone. Queste richieste, che,
per il grande senso civico di chi le ricevette vennero disattese ebbero, come
sappiamo, delle conseguenze.
Quando io, professionista, vengo
nominato con incarico fiduciario da un magistrato, come è avvenuto per il prof.
Giaccone, ed ho giurato in nome del Popolo italiano e mi viene chiesto di
andare contro quelle che sono le risultanze del mio stesso operato, mi viene
chiesto di mettere da parte la mia moralità.
Cosa che non è possibile quando si
ha una moralità alta.
Questo però, di contro, vuol dire
che forse qualche professionista aveva ceduto a delle richieste, perché
altrimenti non si spiega come altri professionisti arrivassero ad essere da
tramite per delle richieste che erano in netto conflitto con il dovere di un
consulente o di un professionista. Era quindi una società in cui i mafiosi
circolavano con una certa libertà ed anzi frequentavano quella parte di società
che era al massimo del proprio rango professionale, i circoli più esclusivi di
Palermo. E questi mafiosi avevano il potere di chiedere, in maniera diretta o
mediata, a questi professionisti qualsiasi cosa potesse far comodo
all’organizzazione criminale.
Perché erano abituati a sentirsi
dire di sì.
Paolo Giaccone disse di no.
E quindi è un esempio per tutti
quelli che sono venuti dopo di lui, è stato un esempio, ed ha pagato purtroppo,
forse, proprio perché è stato uno dei primi a fare una cosa del genere.
2.Qual
era il ruolo professionale del prof. Giaccone in quel periodo?
Il prof. Giaccone, per quello che
ho potuto verificare, era stato nominato perito in tutti i più importanti
processi di quel periodo. I più delicati. Gli furono
affidate le perizie e le autopsie su alcuni dei casi più delicati di quegli
anni, legati alle uccisioni del presidente della Regione siciliana Piersanti
Mattarella, dell’onorevole Michele Reina, del colonnello dei carabinieri
Giuseppe Russo, del capitano Emanuele Basile, del procuratore Gaetano Costa, del
giudice Cesare Terranova, del maresciallo Lenin Mancuso, del giornalista Mario
Francese.
Questo perché lui era
conosciuto per la sua grande professionalità, eccelso nella sua materia o
meglio dire nelle sue materie di competenza, oltre che per la sua dirittura
morale, che non era una questione secondaria. Certamente qualcuno avrebbe
potuto dire che questa presenza costante lo abbia “sovraesposto” e questo può
essere anche vero, ma lo ha sovraesposto – e torniamo al punto di cui sopra –
perché a quei tempi non c’era la ressa per fare i consulenti tecnici o i periti
del Tribunale. Chi faceva questo lavoro veniva, addirittura, quasi isolato
all’interno delle proprie categorie, e guardato con sfavore. Devo dire,
purtroppo, che questa cosa continua fino agli inizi degli anni ’90, e l’ho verificato
io stesso con i consulenti di mia nomina. Posso solo immaginare cosa volesse
dire subire tutto questo agli inizi degli anni ’80 quando il clima era ancora
peggiore. Ma, evidentemente, ed è giusto ripeterlo, Paolo Giaccone aveva una
dirittura morale che era tale da far sì che tutto questo “contorno” non gli
importasse, gli interessava soltanto di essere in pace con la propria
coscienza.
3.Sorge
spontanea una domanda forse ingenua: se una delle caratteristiche più
importanti per un consulente era anche possedere una caratura morale di un
certo tipo, un bagaglio etico oltre che professionale, com’era possibile
ottenere la collaborazione, che si ritrattassero perizie o comunque soggiacere
alle richieste di Cosa Nostra?
Le minacce sono il principale
ingrediente. Noi stiamo parlando di un periodo in cui la minaccia era la norma.
E si applicava per tutti, magistrati compresi. Un periodo in cui magistrati e
consulenti venivano uccisi. Si rischiava in prima persona. Non scordiamoci che
ancora agli inizi degli anni ’90 chi si rifiutava di pagare il pizzo veniva
ucciso e spesso non era neanche sostenuto dagli stessi negozianti che tramite i
loro rappresentanti lo isolavano pubblicamente, dicendo che si stava facendo
“una tammuriata”. Tutto questo ci fa capire quanto coraggio sia stato
necessario, per Paolo Giaccone, per affrontare tutto questo e portare avanti il
proprio lavoro agli inizi egli anni ’80.
4.Tutto
questo rende ancora più tragico ed orrido il clima di connivenza di quegli
anni, proprio perché i professionisti ben disposti ad assecondare certe
richieste avevano certamente ben presente il modus operandi dell’organizzazione
mafiosa, percepivano vivide le immagini dei corpi uccisi di chi, invece, non
sottostava allo stesso tipo di richieste. Forse è ancora più insopportabile
vederlo ora, dopo che tutto è avvenuto
Indubbiamente. Era un periodo in
cui le persone si voltavano dall’altra parte. Si perpetravano omicidi, come
anche quello di Paolo Giaccone, e nessuno aveva visto niente, nessuno sapeva.
E’ stato un periodo da cui è stato possibile uscire solo grazie al coraggio di
questi uomini. Noi, a questi uomini, dobbiamo la nostra libertà di oggi. Se
oggi a Palermo non c’è più l’ambiente asfissiante che c’era negli anni ’70 e ’80
lo dobbiamo solo a loro, noi “camminiamo sulle loro spalle”.
5.Quali
sono state le conseguenze - a livello sociale - dell’omicidio del prof.
Giaccone?
Ritengo che tutte queste morti, che
volevano produrre la morte della coscienza civile, che volevano produrre
disperazione civile ed affermare l’incapacità di andare oltre, non abbiano
disseminato croci la Sicilia – come si voleva. Da questi esempi sono nati fiori,
alberi che hanno dato frutto e siamo noi che ne stiamo beneficiando. Però è
stato un cammino difficile, è stato un cammino dove siamo passati dalla
convinzione che tanto “si ammazzavano intra ri iddi” (tra di loro, tra
mafiosi), il che magari poteva essere in parte vero prima dell’arrivo dei
Corleonesi. Ma dopo l’arrivo dei Corleonesi, gli omicidi “eccellenti” – vedi
l’omicidio Scaglione – furono tantissimi. E diventava sempre più difficile
giustificare con quella mentalità “vigliacca” gli omicidi, ma c’era ancora chi
giustificava questi atti quasi ribaltando la colpa sulle vittime, spesso
accusate di essere andate oltre, di non essere rimaste “tranquille”. Questo è
il concetto: l’esempio di questi uomini ha reso, a poco a poco, questi discorsi
obsoleti ed inaccettabili. Oggi ci può essere solo la vergogna per chi ha
pensato o pensa queste cose di una vittima di mafia. Magari ci sarà ancora
qualcuno che continua a pensarla così, ma certamente lo fa in modo “riparato” e
non plateale come si faceva in quegli anni. Prima addirittura si sosteneva che
la Mafia non esistesse… Ripeto, noi camminiamo sulle loro spalle e grazie a
loro possiamo fare quello che oggi facciamo, possiamo avere la libertà di oggi.
6.Una
riflessione finale: bellissima l’immagine di queste anime come fiori ed alberi
rigogliosi, ma oggi, nel 2020, se resta necessario tenere vivo e bene a mente
il ricordo dell’operato del prof. Giaccone e, come di lui, di altri, oggi è
ancora richiesto a professionisti di andare incontro alla propria morte pur di
portare avanti un messaggio? E’ ancora necessario un estremo sacrificio?
Purtroppo ho sentito dire spesso
che “la Mafia è finita”, non c’è più pericolo, che chi continua a parlarne è
perché ambisce agli onori della cronaca. Questo, purtroppo, non è vero. Lo
abbiamo visto qualche anno fa con l’operazione “Cupola 2.0”, Cosa Nostra si era
ricostituita e con persone di “primordine” nell’organizzazione, persone
pericolose. Se tutti noi ci fermassimo, se si smettesse di operare, la
situazione tornerebbe quella degli anni ’70 – ’80, subito! Lo ha detto il
Procuratore di Palermo, ed io sono d’accordo, basterebbero due anni. Quindi è
ancora necessario l’apporto di tutti noi per evitare che questo possa
succedere.
Guardia
alta ed antenne drizzate, quindi.
Certamente! Ed io non lo dico per
entrare nella polemica sui professionisti dell’antimafia. Io ritengo, come
Falcone e Borsellino, che la specializzazione ci vuole, I professionisti
dell’antimafia ci vogliono, ci vogliono soggetti che conoscano a fondo il fenomeno
mafioso per combatterlo.
Non facciamo di tutta l’erba un fascio, ci sono persone che hanno rischiato e
che hanno condotto la propria vita anche con grandi sacrifici personali, e mi
sembra ingeneroso associare tutti e metterli in un unico calderone e farli
diventare dei “professionisti” dell’antimafia – tra virgolette e con un’accezione
negativa.
Il fatto che qualcuno “ci abbia marciato” è certamente un vulnus per tutti noi,
per la magistratura, per le altre categorie che sono impegnate nella lotta alla
mafia, ma questo non deve farci perdere di vista tutti coloro i quali hanno
combattuto in questi anni. Ci sono state le “pecore nere”, ma sono poche ed
isolate, non sono tutti.
7.Ecco,
forse però per combattere la mafia basta fare “semplicemente” il proprio
lavoro, un po’ come il professor Giaccone, avendo la propria bussola morale che
punta sempre la stessa direzione.
Certamente questo è quello che
diceva anche Paolo Borsellino. Quando le persone mi chiedono: “Ma io cosa posso
fare nel mio piccolo?”, anche ragazzi in età scolare, io rispondo: “Fare bene e
con coscienza quello che si fa, senza farsi mettere i piedi in testa da nessuno,
è l’inizio di tutto. Se tutti riuscissimo a comportarci in questo modo, la mafia
non avrebbe spazio. La mafia ha bisogno di persone che si spaventano, che sono
disponibili a farsi prevaricare, a non avere una propria dignità. Se tutti noi ci
comportiamo con dignità e la mettiamo nel nostro lavoro la mafia non ha spazio.
Il Centro Studi “Paolo Giaccone” incontra il
Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Palermo, dott.ssa Annamaria Picozzi
1. Che ruolo
rivestono le donne nel sodalizio mafioso?
E’ necessario operare
una distinzione tra l’attualità ed il passato.
In passato, la
struttura della famiglia mafiosa era perfettamente aderente alla struttura patriarcale, arcaica della società e questo
comportava un ruolo ancillare da parte della donna. Questa non era ammessa a
partecipare attivamente all'organizzazione, ma aveva comunque un ruolo di
sostegno e cura. Veniva definita la “vestale del credo mafioso”, nel senso che
il compito era quello di crescere ed educare i figli a prendere il posto del
padre, quando fosse arrivato il loro momento. Il suo ruolo la portava ad
assistere il latitante, il marito o figlio detenuto, sempre e comunque ad avere
cura degli interessi, ma con un ruolo di secondo piano. Possiamo definirla
certamente una favoreggiatrice.
Nei primi anni Novanta,
con il crescere del numero di operazioni di polizia e della magistratura, che
hanno sfoltito notevolmente le fila dell’organizzazione mafiosa sia sotto il
profilo della forza militare che degli organici direttivi, la donna ha, con il
tempo, modificato il suo ruolo, venendo “impiegata” in modo diverso. Ciò perché
si è venuta a creare, anche grazie al grande numero di collaborazioni con la
giustizia, una fibrillazione nell'organigramma mafioso tale per cui si è fatto
ricorso a soggetti che normalmente non potevano assurgere al ruolo di mafiosi,
non potevano far parte dell’organizzazione (minorenni, donne, soggetti che avevano
parenti nelle forze del’ordine,etc).
Specifico però che, almeno allo stato, non
risulta che vi sia stata una cerimonia di affiliazione formale per una donna all'interno di “Cosa Nostra” palermitana. Ci sono state condanne a carico di
donne per concorso esterno ma anche, negli ultimi anni, per 416bis cp ma per
soggetti che di fatto rivestivano un ruolo all'interno dell’organizzazione
mafiosa, ma mai ritualmente affiliate con la nota cerimonia della “punciuta”.
2. Non più, quindi,
solo “sorelle d’omertà”?
Guardando al passato, i rapporti con l’esterno erano normalmente mantenuti dalle donne, che potevano andare a fare visita ai propri congiunti detenuti senza troppi rischi e così favorivano lo scambio di informazioni che avveniva per mezzo delle stesse donne. Con l’entrata in vigore del regime di detenzione carceraria del 41bis (cd “Carcere duro”) ed il suo largo ricorso per gli appartenenti all'organizzazione mafiosa con ruoli apicali, si è notevolmente ridotto il flusso di informazioni che il boss poteva far filtrare all'esterno, cosa che in passato gli permetteva di continuare ad esercitare il suo ruolo di capo. Queste congiunture hanno comportato che la donna non diventasse più e soltanto vettore di informazioni, dal carcere verso l’esterno, ma che avesse anche la possibilità di esercitare un ruolo di supplenza rispetto al marito detenuto. Tutto questo ha messo la donna mafiosa in una condizione di gestione delle ricchezze mafiose e degli affari mafiosi, la donna non era/è più solo esecutrice di ordini, aveva/ha anche un potere decisionale.
3. L’evoluzione del
ruolo della donna unito al dato dell’assenza di una cerimonia formale di
affiliazione, ma di subentro quasi a supplenza di un congiunto, fa pensare che
la donna non possa fare carriera nell'organizzazione senza un legame con un
uomo di mafia. Corretto?
Corretto, il mutamento del dna dell’organizzazione mafiosa è decisamente più lento rispetto a quello della società civile. A quanto ci risulta, “Cosa Nostra” non si è spinta fino al punto di emancipare la figura della donna da quella di un congiunto (a qualunque titolo). Resta un’organizzazione androcentrica. Una donna senza “legami” non può emergere e raggiungere i vertici dell’organizzazione.
4.Non vi sono,
quindi, “pari opportunità” per le donne nell'organizzazione criminale di stampo
mafioso?
No, però abbiamo visto che, ad esempio, mogli o sorelle di esponenti di spicco di “Cosa Nostra” sono riuscite a raggiungere un ruolo apicale grazie alle loro capacità, ma partendo da una certa posizione. Il viatico è stato ed è sempre il cognome o il riferimento ad un componente di spicco, ma quello è il punto di partenza, senza le capacità delle singole donne, queste non sarebbero o non potrebbero mai arrivare a ruoli di rilievo all'interno dell’organizzazione. Esempi noti potrebbero essere Mariangela Di Trapani (moglie di Salvino Madonia) o Giusy Vitale (sorella di Vito e Leonardo e Michele), dotate di grande “carisma”, dimostratesi capaci di gestire il potere e credibili nel farlo all'interno di un contesto quasi esclusivamente maschile.
5. Il cd “decalogo”
dei Lo Piccolo, con riferimento alle donne, è/ è stato osservato?
E’ solo di facciata. Una regola è, per esempio, non tradire la moglie, ma il motto “cherchez la femme” (ndr “segui la donna”) ci ha permesso di trovare molti latitanti legati ad altre donne, che non erano le loro mogli. Diciamo che, per molti appartenenti a “Cosa Nostra”, non vi è corrispondenza nella pratica del decalogo.
6. Spostiamo il
nostro sguardo sul tema minori.
A Palermo vi è stata la prima condanna a carico di un minore per 416bis cp, la condanna a carico di Giovanni Vitale, figlio di Vito e nipote quindi di Giusy, che già a sedici anni è stato condannato dal Tribunale per i Minori di Palermo per la sua appartenenza a “Cosa Nostra”, non per concorso. E qualche altro c’è stato, anche nel resto d’Italia. La guerra dello Stato nei confronti di “Cosa Nostra” ha comportato, come dicevamo, l’impiego di soggetti, da parte dell’organizzazione mafiosa, che normalmente non venivano inseriti nell'organizzazione stessa.
7.
Un sedicenne… vi è
un’età “minima” per far parte dell’organizzazione?
No, non si parla
di età minima, si parla di “picciotti” che vengono cresciuti ed educati al
credo mafioso, ma solo da adulti si ritengono portatori della credibilità per
poter stare dentro l’organizzazione ed agire.
8. Delle tappe da percorrere, un “cursus honorum”?
E’ più un retaggio legato al passato. In genere era il primo omicidio, come reato quasi cerimoniale, che sanciva la “maturità” del soggetto. Ora questo aspetto pare non essere più necessario, il numero dei morti, ridotto rispetto al passato, lo dimostra.
9. Ci sono quindi altri “indicatori” che dimostrano la raggiunta maturità del minore, magari un forte carisma o una spiccata dote “gestionale”.
Certamente, l’essere “figli”. L’essere figlio di un mafioso di spicco è titolo preferenziale per arrivare a certi ruoli. Se per gli altri è necessario “dimostrare” le proprie capacità, per chi viene da una famiglia mafiosa di spicco si presume l’abilità e la capacità, essendo cresciuto in quel contesto.
10.I minori sono “costretti” a seguire le orme dei familiari membri dell’organizzazione mafiosa o sono lasciati liberi?
Lasciati liberi mai. Si deve proseguire il percorso (criminale) intrapreso dai membri della famiglia. Ci si aspetta da loro questo. Per loro pensare ad un futuro diverso vorrebbe dire ripudiare la cultura mafiosa ed è chiaro che in questo c’è bisogno certamente della volontà del singolo, ma anche di aiuto dall'esterno per permettere questo passaggio.
11. Che peso hanno le donne (in quanto mogli, madri, sorelle,
etc) ed i minori (es. figli) nel processo che porta un affiliato a collaborare
con la giustizia?
Determinante. La presenza di una donna, che condivide ed appoggia il percorso della collaborazione, è basilare. Non a caso tutti coloro che pensano di intraprendere il percorso della collaborazione, prima chiedono di poterne parlare con la moglie o con i figli, se già di una certa età. Gli affiliati si vogliono vedere sostenuti dai familiari più stretti, che poi saranno quelli che li seguiranno in questo percorso. Un’opposizione in questo senso complica, se non rende impossibile, la collaborazione e, se non c’è un sostegno, le collaborazioni sono destinate a naufragare nel medio/lungo periodo.Un discorso a parte per i minori, spesso loro, essendo nati e cresciuti in un contesto che aveva conferito “onorabilità” e che li distingue dagli altri, manifestano resistenze, nette opposizioni alla scelta di collaborare con la giustizia. Almeno per quello che abbiamo visto sul campo.
12. Una riflessione
finale: è singolare come, alla fine e giusto quello che abbiamo visto fino ad
ora, l’uomo che segna il percorso ed il destino dei congiunti, siano essi
moglie o sorella o anche figli, alla fine cerchi il loro supporto per
intraprendere un percorso di collaborazione. E’ un bel contrappasso!
Certamente,ma non
è insolito: la famiglia è l’unico nucleo che resta con loro. Sanno che
perderanno tutto: sostanze, ruolo sociale, dovranno lasciare la loro città e si
troveranno in una forzata solitudine. E’ impensabile intraprendere questo
percorso senza il sostegno della famiglia.